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Introduzione
Per
accostarsi correttamente alla mitologia sumera, occorre avere
ben presente quale fosse la concezione che i sumeri avevano della
vita stessa. Si tratta di di uno dei più antichi popoli, il popolo
che fissò per primo la sfera delle idee morali e delle concezioni
religiose, che per primo creò delle leggi (il Codice di Ur-Nammur
fu redatto quasi tre secoli prima del Codice di Hammurabi), e
soprattutto il popolo che per primo inventò la scrittura, ovvero
una serie di simboli scritti (o meglio incisi) che avessero
corrispondenza con le idee pronunciate, dando così inizio a quella
che chiamiamo storia.
Il
percorso che ci ha portato alla quasi completa comprensione della
cultura sumera è stato lungo e tortuoso, spesso fuorviante,
sicuramente complicato anche dalla differenza concettuale tra la
nostra scrittura a lettere e la loro particolare scrittura, chiamata
cuneiforme dalla forma appunto a cuneo dei caratteri utilizzati. È
opportuno precisare che, concettualmente, la scrittura sumera è
molto simile a quella cinese o giapponese: un ideogramma, o un cuneo
nel caso sumero, poteva indicare non un solo oggetto, ma altri
oggetti, idee o gesti correlati allo stesso. Ad esempio, il simbolo
designato per indicare la parola "bocca", che ha una
determinata pronuncia, poteva essere utilizzato in altri contesti, e
con pronunce diverse, per indicare la sfera di concetti legati alla
bocca: "parlare", "dente", "parola" e
via dicendo. Questo fece cadere in errore i primi sumerologi, quando
scoprirono le tavolette che descrivevano l'Epopea di Gilgamesh, re
di Uruk: la prima traduzione del nome "Gilgamesh" fu
infatti "Izdubar", errore che in seguito venne notato e
corretto. Questo non è che un esempio delle difficoltà che gli
studiosi incontrarono nel catalogare e tradurre le tavole di Sumer.
Man
mano che gli studi procedevano, si scopriva un mondo fatto di
uomini, eroi e dei, strettamente legati gli uni e gli altri ed alla
natura stessa. Ai giorni nostri ancora si discute se la mitologia
sia un insieme di semplici favole, oppure un tentativo di spiegare i
fenomeni naturali, oppure un insegnamento morale nato dalla
coscienza collettiva di un popolo; per quanto riguarda i sumeri,
tutte queste congetture sono probabilmente da ritenersi ugualmente
valide.
La civiltà sumera si è sviluppata intorno al 5.000 a.C., quando il
mondo era giovane e l'uomo aveva appena preso coscienza di sé e
della propria collettività. Ci si può basare sui fatti, senza
dubbio, ma la sociologia e l'antropologia ci vengono in aiuto nella
comprensione di un popolo ormai scomparso. E queste scienze, insieme
alle ottime traduzioni dei testi in nostro possesso, ci presentano
un mondo in cui l'uomo non è completamente padrone del proprio
destino: ovverosia, lo è nel momento in cui si rende consapevole
del fatto che si trova sulla Terra con il solo ed unico scopo di
servire gli dei. Egli non è ancora l'homo faber dei latini, e la
morte è l'unica sorte che lo aspetta: solo gli dei sono immortali,
e questa è la legge ineluttabile della vita.
Questi
dei non sono entità astratte, e non sono nemmeno i fenomeni
naturali chiamati con nomi pittoreschi: le divinità sumere sono
entità concrete e strettamente correlate alla natura di cui anche
l'uomo fa parte, ognuna è naturalmente preposta ad un evento (la
morte, la primavera) o ad un concetto (la creazione, la fecondità)
ma come gli dei greci, anzi più degli dei greci, dipendono in tutto
e per tutto dagli esseri umani, che rappresentano la natura
consapevole di se stessa.
Insomma, gli uomini esistono con l'unico scopo di servire e
compiacere gli dei, e di conseguenza gli stessi dei hanno ragione di
esistere solo grazie agli esseri umani. In questo modo risulta
evidente la stretta relazione che nella società sumera sussiste tra
la vita quotidiana e reale e la mitologia.
Ne
viene così il ritratto di un popolo forte e fiero, un popolo che
cerca il significato di un mondo che non conosce traformandolo in
poesia, e contemporaneamente ne osserva lo sviluppo e i misteri con
occhio scientifico; che trascorre le giornate pensando di compiacere
gli dei e getta intanto le basi per le civiltà future. Non bisogna
infatti dimenticare che i sumeri erano prima di tutto un popolo in
continuo perfezionamento, che la scrittura sumera presenta una
grammatica molto avanzata, che tra i sumeri esistevano matematici e
astronomi che elaboravano problemi e relative soluzioni, e
scienziati che catalogavano fiori, pietre, insetti e animali.
La
mitologia sumera rappresenta senz'altro un punto imprescindibile per
comprendere le contraddizioni e l'animo estremamente poetico dei
sumeri, una civiltà dotata di profondissima sensibilità e di
inestinguibile sete di conoscenza, che lasciò tracce indelebili in
tutte le culture coeve e successive.
La
cosmogonia
In
principio vi era il Mare Primordiale (Nammu), probabilmente mai
creato, e quindi eterno. Dal Mare ebbe origine la Montagna Cosmica,
che aveva per base gli strati più bassi della terra, e per cima la
sommità del cielo. La Montagna era formata da Cielo e Terra, ancora
uniti insieme e non distinti. Il Cielo, nella personificazione il
dio An, e la Terra, nella personificazione la dea Ki, generarono il
dio dell'Aria Enlil. A questo punto avvenne la separazione: An
"tirò" il Cielo verso di sè, mentre Enlil
"tirava" la Terra, sua madre. Dall'unione di Enlil e Ki
nacquero tutti gli esseri viventi, dei, uomini, animali e piante.
Inoltre,
i sumeri introdussero il concetto di me. L'esatto significato di
questa idea non è ancora chiaro, ma pare che definisse la capacità
delle cose create di mantenersi in esistenza ed in moto continuo
(capacità assegnata loro dagli dei).
La
cosmologia
Cosmologia
sumera
I
sumeri consideravano l'universo visibile sotto forma di una
semisfera, avente per base la Terra e per calotta il Cielo (An-Ki).
La Terra era un disco piatto circondato dal mare (Abzu) e
galleggiante su di esso. Al di sotto della terra stava un'altra
semisfera diametralmente opposta a quella del cielo, non visibile,
che conteneva le regioni infernali (Kur). Dunque, l'universo in
generale era una sfera, divisa in due orizzontalmente dal piano
diametrale costituito dalla terra. Da alcuni frammenti pare che i
sumeri considerassero il cielo formato di un qualche metallo dai
riflessi bluastri (questa credenza dipendeva probabilmente dal fatto
che i meteoriti sono composti soprattutto di ferro e nichel quasi
puri: il ferro siderale fu l'unica fonte di ferro metallurgico puro
dell'antichità). Tra il Cielo e la Terra esisteva un terzo
elemento, una sorta di "vento", o "soffio" (lil),
le cui caratteristiche erano l'espansione e il moto (caratteristiche
che noi oggi consideriamo proprie dell'atmosfera). Gli elementi
cosmici come Sole, Luna e stelle si ritenevano composti della stessa
materia, ma in questo caso luminosa.
All'esterno della sfera dell'universo si stendeva all'infinito un
Oceano Cosmico, un Mare primordiale misterioso ed invisibile.
Gli
dei e gli eroi
I
sumeri riflettevano il loro proprio modo di vita anche nella
raffigurazione delle vicende divine. Di conseguenza, si
raffiguravano un'assemblea di dei (equivalente alle assemblee degli
uomini) presieduta da un re, ovvero il principale dio creatore.
L'assemblea degli Anunnaki (così erano chiamati gli dei, "i
figli di An") si componeva di sette supremi (compresi i quattro
dei cratori) con il compito di decidere i destini di uomini e dei, e
di 50 dei minori, chiamati "grandi dei".
Essi risiedevano in un non ben precisato luogo al di sopra della
Montagna Cosmica, "nel luogo dove spunta il sole".
I
quattro dei creatori erano riconosciuti in An, Enlil, Enki e Ki/Ninhursag,
corrispondenti ai quattro princìpi creatori Cielo, Aria, Acqua e
Terra.
Inizialmente fu il dio del cielo An a sostenere il ruolo di dio
principale, ma poco alla volta venne, nell'immaginario collettivo,
sostituito da Enlil, il dio dell'aria. Non si sa con certezza quale
fu il processo che lo portò ad essere il dio più importante del
pantheon sumerico, ma si suppone che il motivo possa essere la sua
identificazione con "il soffio", il "principio"
vitale che dà al mondo vita e lo mantiene in costante divenire.
Seguiva, nell'elencazione dei quattro dei principali, il dio Enki,
signore dell'oceano e dell'Abisso (Abzu). Ultima era la dea
Ninhursag, in origine chiamata Ki, la Terra. Era detta anche Nintu,
cioè "colei che partorisce", ed era considerata la madre
di tutti gli esseri viventi.
La particella nin che compone il nome delle dee, significa
"Signora", e lo stesso significato ha la particella en per
gli dei maschi, che significa "Signore, sovrano". Questo
sottolinea l'importanza o meno di alcune divinità. La particella an,
come si è visto, significa cielo, e definisce il legame più o meno
stretto che alcuni dei hanno con lo stesso dio An, oppure con il
cielo fisico.
Frammenti
Per
meglio comprendere la mitologia sumera, è opportuno conoscere
alcuni degli episodi che la compongono. Poiché le tavolette su cui
tali episodi sono incisi sono spesso illeggibili o lacunose in certi
punti, non sempre la storia presenta il carattere consequenziale a
cui siamo abituati, oppure, non sempre ne conosciamo l'inizio o la
fine.
I titoli, inesistenti nelle versioni originali (da quanto ne
sappiamo), sono stati dati con lo scopo di definire l'argomento
trattato dalla narrazione, e sono pertanto arbitrari.
Sarà possibile notare, nei frammenti che seguono, alcune
somiglianze con miti e religioni successive.
Enlil
e Ninlil
Quando
l'uomo non era ancora stato creato, la città di Nippur era dimora
del dio Enlil, della dea Ninlil e di Nunbarshegunu, la madre di lei.
Quest'ultima decise di maritare la figlia al dio Enlil, e un giorno
le disse di bagnarsi nel ruscello Nunbirdu, in mono che il Padre
Enlil potesse accorgersi di lei. Così avvenne, ma Ninlil non si
sentì pronta a cedere alle attenzioni del dio ("le mie labbra
sono troppo piccole, non conoscono i baci"). Enlil allora,
consigliato dal suo visir Nusku, invitò la dea ad un giro in barca,
ed abusò di lei. In quell'istante venne concepito il dio-luna Sin.
Gli dei si indignarono per tale comportamento, ed intimarono ad
Enlil di allontanarsi dalla città. Il dio obbedì, dirigendosi
verso gli inferi (Kur). Allora Ninlil, incinta, decise di seguirlo
nel suo destino, ma Enlil pensò che in questo modo suo figlio,
destinato a dimorare nel cielo, sarebbe invece stato costretto a
vivere nelle viscere delle regioni infernali. Ideò allora uno
stratagemma: poiché sulla strada per gli inferi vi erano tre dei
minori che il viandante doveva incontrare (il guardiano delle porte
dell'inferno, l'uomo del fiume dell'inferno e l'uomo della barca),
Enlil decise di assumere di volta in volta le sembianze di questi
tre personaggi, fecondando Ninlil di tre divinità infernali in modo
che sostituissero il figlio Sin agli inferi.
In questo racconto compare per la prima volta un esempio di
metamorfosi divina.
Enki
e Ninhursag, o il paradiso terrestre
Nel
paese di Dilmun non esitono malattie, nè morte. Gli dei decidono
quindi di creare qui il loro paradiso. Tuttavia, a Dilmun manca
l'acqua dolce, indispensabile alla vita degli animali e delle
piante. Allora Enki, dio dell'acqua, ordina al dio del sole Utu di
far scaturire l'acqua dal suolo perché possa irrigare la terra.
Dilmun diventa quindi un lussureggiante giardino, in cui Ninhursag,
dea-madre, mette al mondo tre generazioni di dee, operazione in cui
è aiutata da Enki che feconda le figlie di Ninhursag. Questo punto,
nonstante la sua apparente laboriosità, è molto importante, poiché
il poema sottolinea le gravidanze delle dee, insistendo sul fatto
che i parti furono indolori. Dopo aver dato vita alle dee, Ninhursag,
fa spuntare otto piante; Enki è curioso di assaggiarne i frutti, e
li fa cogliere dal suo messaggero Isimud. Il dio quindi le mangia in
successione, ma questo fa scaturire la collera di Ninhursag, che lo
maledice e lo destina alla morte, e, per non incorrere in un
ripensamento, scompare. Enki inizia quindi ad accusare malanni e
malattie in tutto il corpo, e nessuno degli altri dei riesce ad
aiutarlo. La parte seguente, piuttosto lacunosa, racconta di come
una volpe si offra di ricondurre Ninhursag a più miti consigli,
naturalmente dietro compenso. Enki accetta, e la volpe (non sappiamo
come) riesce a riportare la dea presso Enki. Ninhursag crea allora
tante divinità quante sono le malattie di Enki in modo che possano
guarirlo.
In questo poema paiono evidenti molti parallelismi con la Genesi
biblica. Il più sorprendente fu scoperto dal sumerologo Samuel Noah
Kramer: la dea che Ninhursag crea per guarire una costola di Enki è
chiamata Ninti. In sumero, la parola ti indica sia
"costola" sia "vita, far vivere"; di
conseguenza, i sumeri arrivarono ad identificare la dea Ninti,
"Signora della costola", con "colei cha fa
vivere" (ossia, per traslazione, la madre; la Eva bibilica fu
la prima madre degli uomini). Questo gioco di parole passò poi
nella Bibbia, dove però perse significato, poiché in ebraico le
due parole "costola " e "vita" sono diverse tra
loro.
Emesh
ed Enten
Il
dio dell'Aria Enlil decide di fare di Sumer un paese rigoglioso,
quindi di far spuntare tutte le possibili specie di alberi e piante.
A questo scopo crea Emesh, dio dell'estate, ed Enten,
dio dell'inverno, e ad oguno assegna i propri compiti: Enten, il
"Fattore degli dei", fa sì che il bestiame partorisca,
che gli uccelli costruiscano nidi, che i pesci depongano le uova,
che gli alberi producano frutti e via dicendo. Emesh invece regola
la crescita delle messi, la costruzione di case e città, fa
crescere gli alberi e la vegetazione.
Assolti i loro compiti, i due fratelli decidono di recarsi dal padre
Enlil a presentare le loro offerte. Emesh reca con sè alcuni
animali domestici e selvatici, uccelli e piante, mentre Enten porta
metalli, alberi, pietre preziose e pesci. Giunti dinanzi alla dimora
di Enlil, Enten attacca briga con Emesh, del quale è geloso.
Irritato dalla discussione, Emesh arriva a contestare ad Enten il
suo titolo di "Fattore degli dei". I due fratelli, sempre
litigndo, arrivano alla presenza di Enlil, e dopo aver presentato le
loro offerte, espongono il caso al padre.
Mentre Enten si lamenta di essere stato insultato nonostante il suo
ottimo lavoro, Emesh si lancia in frasi lusinghiere nei confronti di
Enlil (questa parte ci risulta finora incomprensibile) con l'intento
di aggiudicarsene il favore. Ma Enlil dà il suo appoggio ad Enten,
e lo riconferma "Fattore degli dei". Finalmente i due
fratelli si riconciliano, Emesh si inginocchia davanti al fratello
rivolgendogli una preghiera (in segno di rispetto), e dopo aver
diviso con lui miele e vino, gli dona oro, argento e lapislazzuli.
Il poema si conclude piuttosto bruscamente (a causa di alcune
lacune) con la formula finale "Padre Enlil, che tu sia
glorificato!".
La
creazione dell'uomo
Gli
dei trovano difficoltà a procurarsi il cibo, quindi decidono di
lamentarsi presso Enki, dio dell'acqua ma anche dio della saggezza.
Ma egli giace profondamente addormentato sul mare e non sente le
loro lamentele. Allora Nammu, madre di Enki, si fa portavoce e gli
comunica il loro problema. Gli dice di creare dei "servi"
che possano svolgere i lavori che gli dei non sono in grado di fare.
Enki riflette, e consiglia quindi alla madre di creare delle forme
con l'argilla dell'Abisso (l'Abzu), e di imprimere su di esse
l'immagine degli dei: queste forme saranno chiamate
"uomini".
Per festeggiare questa decisione, gli dei organizzano un banchetto,
durante il quale Enki e Ninmah, dea del parto, si ubriacano e
perdono lucidità. Ninmah prende quindi un po' di argilla
dell'Abisso, e con essa forgia sei individui anormali. Enki finisce
l'opera decretando il loro destino, e dando loro da mangiare del
pane. Sulle imperfezioni dei primi quattro non si hanno notizie,
mentre gli ultimi due sono una femmina incapace di procreare ed un
essere asessuato. Il destino della prima è quello di dimorare nel
gineceo, quello del secondo di "camminare davanti al re".
Enki comunque non vuole essere da meno della dea Ninmah, e a sua
volta forgia una creatura (non sappiamo in che modo). L'essere da
lui creato è in qualche modo inanimato, debole di corpo e di
spirito. Gli si offre del pane, ma lui non tende la mano per
riceverlo, gli si parla ma lui non risponde; non riesce a stare in
piedi, né seduto, né riesce a piegare le ginocchia. Enki Chiede
quindi a Ninmah di dare in qualche modo un aiuto a questa creatura,
ma nemmeno la dea è in grado di fare qualcosa. Ne segue una lunga
discussione tra i due dei, molto lacunosa e quindi difficilmente
comprensibile, ma pare che Ninmah maledica Enki per la sua
incoscienza nel creare un essere così miserevole, e sembra che il
dio finisca col pensare che la maledizione sia meritata.
In questo poema risulta evidente la concezione sumera dell'uomo come
servo degli dei, inoltre cerca di spiegare le imperfezioni umane,
attribuendole al fatto che gli uomini furono creati dagli dei
ottenebrati dall'alcol.
Inanna
e Shukallituda
La
narrazione inizia raccontando i vani sforzi del giardiniere Shukallituda
nell'ottenere un lussureggiante giardino. Nonostante egli irrigasse
costantemente e desse tutto il suo tempo alla cura del giardino,
quest'ultimo continuava a restare secco ed arido. Egli allora si
mise a studiare i presagi del cielo, ed imparò così a conoscere le
Leggi degli dei. Piantò dunque nel proprio giardino degli alberi (sarbatu),
alla cui ombra la vegetazione iniziò a crescere e prosperare.
Avvenne un giorno che la dea Inanna, dopo aver percorso il cielo e
la terra, decise di riposare proprio vicino al giardino di
Shukallituda. Egli la spiò dal limitare del giardino, attese la
notte, e con il favore delle tenebre (ed aiutato dall'estrema
stanchezza della dea) abusò di lei. Allo spuntare del sole, Inanna,
guardandosi attorno, si accorse dell'oltraggio subìto. Accecata
dall'ira e dalla volontà di vendetta, per scoprire chi fosse stato
il colpevole, scaglió su Sumer tre flagelli: il primo riempì di
sangue i pozzi del paese; il secondo devastò il territorio con
venti ed uragani; del terzo nulla sappiamo, poiché la tavoletta é
spezzata.
Sappiamo comunque che Shukallituda, consigliato dal padre, raggiunse
il paese dei sumeri, sfuggendo così alla vendetta della dea.
Intanto Inanna, non riuscendo a scoprire chi fosse il mortale che osò
oltraggiarla, decise di recarsi a chiedere consiglio presso Enki.
Così si conclude per noi questo poema.
Bibliografia
§
Samuel Noah Kramer, "I Sumeri", Newton, Roma, 1997
ISBN 88-8183-776-5
§
Michael Jordan, "Miti di tutto il mondo", Mondadori,
Milano, 1998 ISBN 88-04-44879-2
§
Franco D'Agostino, "Gligamesh: alla conquista
dell'immortalità", PiEmme, Torino, 1997 ISBN 88-2954-5
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